Collezione Giacomo Cuticchio Pupi Siciliani

Testimonianza di antichissime tradizioni narrative, il Teatro dei Pupi divenne oggetto di studi sistematici grazie alle ricerche del medico umanista Giuseppe Pitrè nella seconda metà del sec. XIX, ovvero quando il racconto orale si trasferì dalle piazze al teatro, e costituisce ancora oggi una parte fondamentale del patrimonio culturale immateriale siciliano.
Il momento aureo di quest’arte si data tra il 1840 e il 1890, cinque decenni in cui attorno a questa attività ruotava una moltitudine di maestranze artigianali - dai sarti ai pittori, dai cesellatori agli sbalzatori, dagli stagnini agli scultori – la cui maestria era complementare all’organizzazione dell’articolata macchina scenica di questo tipo di teatro.
Delle due distinte tradizioni siciliane dell’Opra, la famiglia Cuticchio è sicuramente il più celebre esempio di quella “palermitana”, diffusa nella Sicilia occidentale, distinta da quella “catanese” per manovra, figurazione e, sebbene il repertorio sia caratterizzato da una forte unità, per alcuni specifici soggetti del repertorio.
La famiglia Cuticchio si lega per tradizione recitativa a quella di Don Gaetano Greco, uno dei maggiori caposcuola palermitani del XIX secolo, epoca in cui le esperienze del racconto orale dei contastorie e della danza con le spade Tataratà di Casteltermini – ancestrale rappresentazione dei riti di fertilità nella cultura contadina – confluirono nella ripresa teatrale e ciclica dell’epopea medievale della Chanson de Geste e della Chanson de Roland, le cui alterne vicende vennero impersonate dai “pupi”, marionette derivanti da quelle classiche europee, contraddistinte da una serie di variazioni strutturali e caratterizzate da specifici simboli e codici narrativi.
Nonostante i momenti di crisi vissuti dall’Opera dei Pupi, rispettivamente in concomitanza con l’avvento del cinematografo e della televisione, alcune famiglie dedite a questa attività riuscirono a perpetrare quest’arte reinventandosi e coinvolgendo in questo mestiere tutti i membri del proprio nucleo familiare. In questo senso, una figura di rilievo fu quella di Giacomo Cuticchio, il quale con il suo impianto teatrale itinerante carico di artifici e storie epiche-cavalleresche - una vera e propria casa-teatro - riuscì ad assicurare ai suoi figli ed all’Opera dei Pupi un futuro: un connubio unico di tradizione culturale e familiare che ha reso questa famiglia portavoce della sicilianità e del patrimonio culturale immateriale siciliano in tutto il mondo.
La scelta di un’esposizione permanente a Palazzo Branciforte – negli spazi del Monte dei Pegni di Santa Rosalia - di questa straordinaria collezione di pupi, scene, cartelloni e pianini a cilindro, si inserisce all’interno della volontà della famiglia Cuticchio di preservare e rendere fruibile un patrimonio eccezionale, al fine di “traghettare” nel tempo la memoria di quest’arte e di questi ricordi familiari. A livello simbolico, si tratta di un’operazione culturale ed emotiva allo stesso tempo, in cui oltre alla contiguità spazio-topografica di via Bara all’Olivella – la via palermitana che congiunge fisicamente e metaforicamente il Teatro dei Pupi di Mimmo Cuticchio e Palazzo Branciforte - la stessa “biografia degli oggetti” provenienti dal Teatro dell’Ippogrifo di vicolo Ragusi, espressione di un’arte antica nonché parte dei ricordi di famiglia, si interseca con quella della memoria storica cittadina di cui è depositario proprio il Monte dei Pegni di Santa Rosalia in cui, fino a qualche decennio fa, gli oggetti depositati costituivano oltre che beni di prima necessità anche, e soprattutto, ricordi di famiglia.
I 109 pupi e gli altri apparati di scena allestiti in esposizione permanente a Palazzo Branciforte, su progetto di Mimmo Cuticchio, costituiscono un ulteriore tassello della cultura siciliana conservato all’interno di questo museo, ma anche la testimonianza di un teatro antico che vuole custodire le sue radici per continuare a vivere e a trasformarsi.

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